La prigione delle palme da cocco, l'altro volto di Phu Quoc
Guida alla prigione di Phu Quoc, il campo di prigionia di An Thoi oggi sito storico nazionale speciale: le origini coloniali, gli anni 1967-1973, la sottozona B2, il cimitero, come arrivare, quanto tempo serve e come abbinare la visita al resto del sud dell'isola.
Prigione di Phu Quoc: la memoria della guerra nel sud dell'isola
A pochi chilometri dalle cabine della funivia di Hon Thom e dalla sabbia chiara di Sao, lungo la strada che scende verso An Thoi, il paesaggio cambia tono all'improvviso: torrette metalliche, file di baracche in lamiera e matasse di filo spinato occupano un terreno aperto, sotto lo stesso sole che poco più in là scalda le spiagge. È la prigione di Phu Quoc, e chi la inserisce in un viaggio sull'isola di solito si pone tre domande: vale la deviazione, quanto tempo richiede, quanto è impegnativa da vedere? Questa guida risponde a tutte e tre, partendo dalla storia e arrivando ai dettagli pratici.

Dove si trova la prigione di Phu Quoc e come si presenta oggi
La prigione di Phu Quoc si trova al numero 350 di via Nguyen Van Cu, nella zona di An Thoi, all'estremità meridionale dell'isola. Dal 1° luglio 2025, con la riforma amministrativa vietnamita, Phu Quoc è una zona speciale della provincia di An Giang; molte mappe e guide indicano ancora la vecchia provincia di Kien Giang, ma il luogo è lo stesso. Da Duong Dong, il centro principale sulla costa occidentale, la distanza è di circa 28 chilometri.
Il primo dato da tenere a mente è che il sito visitabile non coincide con il campo originario. Durante la guerra il complesso si estendeva su circa 400 ettari, con quasi 500 edifici; oggi ne restano alcuni elementi sparsi lungo la strada provinciale, a breve distanza l'uno dall'altro:
- la sala espositiva con reperti e fotografie d'epoca;
- la sottozona B2, ricostruita su circa 17.700 metri quadrati;
- i portali dei battaglioni di polizia militare 7 e 8 e il portale del comando;
- il cimitero dei prigionieri, a circa un chilometro dalla B2;
- il memoriale della collina di Doi Sim e i resti della chiesa di Kien Van.
Chi arriva aspettandosi un unico museo al chiuso trova invece un percorso all'aperto, frammentato, in cui la ricostruzione ha un ruolo centrale. Capirlo prima aiuta a organizzare i tempi e a leggere ciò che si vede.

Storia della prigione di Phu Quoc: dalle palme da cocco al campo di prigionia
Il periodo coloniale francese
Il nome con cui molti vietnamiti chiamano ancora il luogo, Nhà lao Cây Dừa, viene dal piccolo insediamento di Cây Dừa, letteralmente "albero di cocco", dove sorse il primo campo. Da qui la traduzione inglese Coconut Tree Prison e quella italiana di prigione delle palme da cocco.
Sulle origini le fonti non concordano. Alcune pubblicazioni vietnamite parlano di tre luoghi di detenzione francesi già nei primi anni Quaranta, poi dismessi; altre collocano la costruzione del carcere nel 1946, nel 1949-1950 o nel 1953. Il punto fermo è che durante la guerra d'Indocina l'amministrazione coloniale francese usò l'isola per rinchiudere combattenti e oppositori politici, e che quel primo campo venne chiuso dopo gli accordi di Ginevra del 1954.

1967-1973: il più grande campo per prigionieri di guerra del Sud
La fase che ha reso tristemente nota la prigione di Phu Quoc inizia nel giugno 1967, quando la Repubblica del Vietnam, con il sostegno militare statunitense, costruisce nella valle di An Thoi un campo per prigionieri di guerra comunisti. Il nome ufficiale dell'epoca era quello di campo di detenzione per prigionieri di guerra di Phu Quoc.
I dati della scheda ufficiale del Dipartimento del patrimonio culturale vietnamita restituiscono la scala del luogo:
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Aspetto |
Dato riportato |
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Periodo di attività |
giugno 1967 - marzo 1973 |
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Superficie |
circa 400 ettari, quasi 500 edifici |
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Organizzazione |
12 zone, suddivise in sottozone recintate |
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Detenuti |
40.000 presenze complessive |
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Persone per baracca nei momenti di picco |
da 120 a 180 |
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Personale di sorveglianza e gestione |
circa 2.000 tra ufficiali e addetti |
|
Decessi |
circa 4.000 |
Il termine "presenze" non è casuale: la cifra di 40.000 conta i passaggi nel campo, non necessariamente persone diverse. Altre fonti vietnamite parlano di oltre 32.000 prigionieri di guerra, che diventano circa 40.000 includendo i detenuti politici.
Ogni sottozona misurava circa 150 metri per 50 e comprendeva undici edifici, di cui nove adibiti a celle di 20 metri per 5. Pareti, tetti e porte erano in lamiera; i pavimenti in terra battuta ricoperta di cemento servivano a impedire lo scavo di gallerie. Quattro torrette per sottozona, dieci postazioni mobili, illuminazione notturna e da sette a dieci file di filo spinato completavano il sistema, circondato da una fascia di terreno spoglio.
Le condizioni di vita sono documentate anche da fonti esterne al racconto vietnamita. Il Comitato internazionale della Croce Rossa visitò il campo nel 1969 e nel 1972, riscontrando segni di alimentazione insufficiente, cure mediche carenti e percosse.
Le fughe e i tunnel scavati a mano
Una parte importante della memoria legata al carcere di Phu Quoc riguarda la resistenza dei detenuti. La documentazione ufficiale conta 45 evasioni riuscite: fughe attraverso le recinzioni, assalti alle scorte durante il lavoro forzato e soprattutto gallerie sotterranee. Per scavarle si usavano strumenti improvvisati, come cucchiai o frammenti di gavette in acciaio trasformati in piccole lame. Alcuni di questi oggetti sono oggi conservati in collezioni museali vietnamite, mentre nella sottozona B2 si può percorrere un tratto ricostruito di tunnel.
Accanto alle fughe, le testimonianze dei sopravvissuti raccontano scioperi della fame, proteste e una vita organizzata all'interno delle baracche. È questa dimensione, più ancora delle punizioni, che molti ex prigionieri ricordano quando tornano sull'isola in occasione degli anniversari.

Dal 1973 al riconoscimento di sito nazionale speciale
Con gli accordi di Parigi del 27 gennaio 1973 iniziarono gli scambi di prigionieri tra le parti; i detenuti di Phu Quoc furono rilasciati in gran parte nel marzo dello stesso anno. Il complesso cessò definitivamente ogni funzione dopo l'aprile 1975.
Nel 1995 il sito è stato riconosciuto monumento storico nazionale e, con la decisione del Primo ministro del 31 dicembre 2014, è entrato nella ristretta categoria dei siti nazionali speciali. Nel 2008 i resti di oltre 1.300 prigionieri morti nel campo sono stati riuniti nel cimitero dei martiri di Phu Quoc.
Cosa vedere nella prigione di Phu Quoc
La sala espositiva
È il punto di partenza più logico. Due ambienti raccolgono 43 reperti e più di cento fotografie: una sala video con un'introduzione su Phu Quoc e una sala dedicata al campo, organizzata in tre parti. La prima presenta il plastico e la storia del complesso, la seconda i metodi di coercizione documentati, la terza le forme di resistenza e gli oggetti personali dei detenuti. Dedicare qui venti minuti rende molto più comprensibile tutto ciò che segue all'aperto.

La sottozona B2 ricostruita
La B2 è la parte più visitata e anche la più impressionante. Si entra da un portale avvolto nel filo spinato, sorvegliato da torrette d'acciaio alte circa cinque metri agli angoli del recinto. All'interno si allineano le cucine, la mensa e diciotto baracche numerate, ciascuna dedicata a una scena: la vita quotidiana dei detenuti, una protesta, uno sciopero della fame, la repressione di una rivolta, lo scavo di una galleria.
Le scene sono rese con figure a grandezza naturale, molto realistiche. È una scelta espositiva diffusa nei siti di memoria vietnamiti e divide i visitatori: per alcuni rende la storia immediata, per altri risulta eccessivamente cruda. Vale la pena saperlo prima di entrare.
Celle d'isolamento, gabbie di filo spinato e container
Vicino all'ingresso della B2 si trovano le cosiddette gabbie per tigri: recinti di filo spinato lunghi circa due metri e alti mezzo metro, appoggiati al suolo, in cui i detenuti non potevano né stare in piedi né sedersi comodamente. Accanto, piccoli container metallici con una sola apertura per l'aria e un'altra per il passaggio del cibo. La cella d'isolamento della B2, con pareti in lamiera forata e filo spinato appena sotto il tetto, ospita le ricostruzioni più dure del percorso.

Il tunnel di fuga
Nella baracca 14 un tratto di galleria lungo circa 25 metri, con un diametro di mezzo metro, mostra le dimensioni reali dei passaggi scavati dai prigionieri; nella baracca 17 è ricostruito il momento dell'evasione. Chi soffre di claustrofobia può limitarsi a osservare l'ingresso.
Il cimitero e i memoriali
Molti visitatori si fermano alla B2, ma la visita alla prigione di Phu Quoc acquista un senso diverso con le tappe successive. Il cimitero dei prigionieri, sulla cosiddetta collina 100, ha al centro un monumento a forma di pugno chiuso e pareti con i nomi dei caduti. Lungo la strada provinciale, il memoriale di Doi Sim è riconoscibile da due grandi onde dipinte di azzurro con al centro una sagoma umana svuotata, dedicata a chi da quel luogo non è tornato. Dei resti della chiesa di Kien Van rimangono soltanto pochi muri e la base in cemento.
Cifre, fonti e punti di vista: come leggere la visita
Il percorso della prigione di Phu Quoc racconta la storia dal punto di vista ufficiale vietnamita. Pannelli e didascalie, in vietnamita e inglese, usano un linguaggio fortemente emotivo, come l'espressione "inferno in terra", e definiscono il governo del Vietnam del Sud con termini propri della storiografia di Stato. Non è un'anomalia: lo stesso accade nei principali musei della guerra del Paese.
Per una lettura equilibrata aiutano tre accorgimenti:
- Distinguere i dati verificabili dal tono. L'esistenza del campo, le sue dimensioni e la durezza delle condizioni sono confermate anche da fonti indipendenti, come i rapporti della Croce Rossa.
- Considerare l'incertezza delle cifre. Date di fondazione e numero di detenuti variano da fonte a fonte; i valori riportati sono stime ufficiali.
- Affidarsi a una guida preparata. Una spiegazione contestualizzata, che collochi Phu Quoc nella storia più ampia delle guerre d'Indocina, rende la visita più ricca di qualunque pannello.
Avere chiaro questo quadro permette di vivere la visita con rispetto per chi ha sofferto in quel luogo, senza rinunciare a uno sguardo critico.

Visitare la prigione di Phu Quoc: informazioni pratiche
Orari, ingresso e durata
L’ingresso al sito è generalmente indicato come gratuito. Gli orari pubblicati non sono del tutto uniformi: diverse guide riportano l’apertura dalle 7:00 alle 17:00, mentre alcune segnalano una pausa tra le 11:30 e le 13:30. Poiché gli orari possono variare, è prudente verificare sul posto o tramite la struttura in cui si soggiorna e programmare la visita al mattino presto o nel pomeriggio.
Come arrivare
Il modo più comodo è un'auto con autista o un taxi, anche prenotato tramite app. Dall'aeroporto internazionale il tragitto richiede circa venti minuti, da Duong Dong e dai resort di Long Beach in genere tra mezz'ora e tre quarti d'ora, secondo il traffico. Chi soggiorna nel nord dell'isola, tra Ganh Dau e Bai Thom, deve calcolare tempi più lunghi e valutare se abbinare la visita a una giornata dedicata interamente al sud.
Lo scooter è diffuso, ma è adatto soltanto a chi ha esperienza di guida nel traffico vietnamita e una patente valida per circolare nel Paese.

Quando andare e come vestirsi
La stagione secca, da novembre ad aprile, è la più comoda per esplorare il sud dell'isola. Da maggio a ottobre gli acquazzoni sono frequenti ma spesso brevi, e la visita resta possibile con un ombrello o una giacca leggera.
Più della stagione conta l'ora: gran parte del percorso è all'aperto e le baracche in lamiera trattengono il calore. Al mattino presto la luce è più morbida, le temperature sono sopportabili e i gruppi organizzati non sono ancora arrivati. Acqua, cappello e scarpe chiuse sono utili; spalle e ginocchia coperte sono un segno di rispetto, soprattutto al cimitero e ai memoriali.
Con bambini o persone sensibili
Le ricostruzioni con figure realistiche mostrano scene di coercizione molto esplicite. Con bambini piccoli può essere preferibile limitarsi alla sala espositiva e al memoriale, evitando la cella d'isolamento della B2; con ragazzi più grandi la visita può diventare un'occasione di dialogo, a patto di prepararli prima. Lo stesso vale per adulti che preferiscono un approccio meno diretto: la parte documentaria e i memoriali raccontano la storia senza immagini crude.

Comportamento e fotografie
Le fotografie sono generalmente consentite. Il buon senso suggerisce di evitare pose scherzose davanti alle gabbie o accanto alle figure dei detenuti e di mantenere un tono di voce contenuto, specie al cimitero, dove spesso si incontrano famiglie o ex prigionieri in visita. Alcune aree confinano con terreni militari: è prudente non fotografare installazioni o personale in divisa.
Come inserire la prigione in una giornata nel sud di Phu Quoc
La prigione si trova nella stessa zona di An Thoi dove partono la funivia per Hon Thom, si raggiungono le spiagge di Sao e Khem e si trova Sunset Town. Visitare la prigione di Phu Quoc diventa quindi naturale all'interno di una giornata dedicata al sud. Il ritmo cambia molto a seconda dell'ordine delle tappe:
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Ritmo |
Mattina |
Pomeriggio |
Per chi |
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Mezza giornata storica |
Prigione e cimitero, con guida |
Rientro e riposo al resort |
Chi cerca soprattutto contesto e calma |
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Giornata del sud equilibrata |
Prigione al mattino presto |
Spiaggia di Sao o funivia di Hon Thom, tramonto a Sunset Town |
Chi vuole varietà senza correre |
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Ritmo lento, due mezze giornate |
Prigione e un laboratorio di salsa di pesce |
Un altro giorno: Hon Thom e il mare |
Famiglie, viaggiatori senior, chi soffre il caldo |
Un consiglio che deriva dalla natura stessa del luogo: è meglio non programmare la prigione subito prima di un'attività molto festosa. Una pausa, un pranzo tranquillo o una passeggiata sulla spiaggia aiutano a passare da un registro all'altro.
Errori da evitare
- Arrivare a mezzogiorno. Il caldo sul terreno aperto e le possibili chiusure per la pausa pranzo rendono la visita faticosa.
- Fermarsi alla B2. Il cimitero e il memoriale di Doi Sim completano il racconto e richiedono poco tempo in più.
- Sottovalutare le distanze. Dal nord dell'isola il sud è lontano: meglio una giornata dedicata che un'andata e ritorno affrettata.
- Trattare il luogo come uno sfondo fotografico. È un sito di memoria frequentato anche da reduci e famiglie.
- Non preparare i bambini. Qualche parola prima della visita evita reazioni difficili davanti alle ricostruzioni.
- Aspettarsi un museo neutrale. Il carcere di Phu Quoc racconta la propria storia secondo la prospettiva ufficiale vietnamita: conoscerla in anticipo aiuta a valutarla con lucidità.

In sintesi
La prigione di Phu Quoc mostra un volto dell'isola che le spiagge e i resort lasciano facilmente in ombra. Non serve un interesse specialistico per la storia militare: bastano un paio d'ore, una visita al mattino presto e la disponibilità ad ascoltare una pagina difficile del Vietnam contemporaneo. Inserita in una giornata nel sud di Phu Quoc, con i giusti tempi di pausa, aggiunge profondità a un soggiorno che altrimenti resterebbe soltanto balneare.
Un sud di Phu Quoc costruito sul vostro ritmo
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Domande frequenti sulla prigione di Phu Quoc
Quanto tempo serve per visitare la prigione di Phu Quoc?
Per la sala espositiva e la sottozona B2 ricostruita servono da un'ora a un'ora e mezza. Aggiungendo il cimitero dei prigionieri e il memoriale di Doi Sim, che si trovano a breve distanza, è opportuno calcolare circa due ore.
L'ingresso alla prigione di Phu Quoc è a pagamento?
No, l'ingresso al sito storico è gratuito per tutti i visitatori. Gli orari possono cambiare e alcune fonti segnalano una pausa all'ora di pranzo: conviene verificarli sul posto o tramite la struttura in cui si soggiorna.
Coconut Tree Prison e prigione di Phu Quoc sono lo stesso luogo?
Sì. Coconut Tree Prison è la traduzione inglese di Nhà lao Cây Dừa, il nome legato all'insediamento di Cây Dừa dove sorse il primo campo. Prigione di Phu Quoc, carcere di Phu Quoc e prigione delle palme da cocco indicano tutti il sito storico di An Thoi.
La visita è adatta ai bambini?
Dipende dall'età e dalla sensibilità. Le ricostruzioni con figure a grandezza naturale mostrano scene di coercizione molto esplicite: con bambini piccoli è preferibile limitarsi alla sala espositiva e ai memoriali, mentre con ragazzi più grandi la visita può essere preparata e diventare un'occasione di dialogo.

Qual è il momento migliore della giornata per andarci?
Il mattino presto è il momento più comodo: le temperature sono più sopportabili, la luce è morbida e i gruppi organizzati non sono ancora arrivati. Il percorso è in gran parte all'aperto e le baracche in lamiera trattengono il calore nelle ore centrali.
Come si arriva alla prigione di Phu Quoc da Duong Dong?
Il sito si trova ad An Thoi, nel sud dell'isola, a circa 28 chilometri da Duong Dong. Il modo più semplice è un taxi o un'auto con autista; dall'aeroporto internazionale servono circa venti minuti, dalla zona di Long Beach in genere tra mezz'ora e tre quarti d'ora.
Vale la pena visitarla con pochi giorni sull'isola?
Sì, se si trascorre almeno una giornata nel sud di Phu Quoc: la prigione si trova vicino alla funivia di Hon Thom e alle spiagge di Sao e Khem, e richiede solo un paio d'ore. Chi soggiorna nel nord e ha soltanto due giorni può valutare se dedicare al sud una giornata intera.
Meglio visitare la prigione di Phu Quoc o quelle di Con Dao?
Sono luoghi diversi. Phu Quoc conserva una sottozona ricostruita di un campo per prigionieri di guerra attivo tra il 1967 e il 1973 e si visita facilmente durante un soggiorno al mare. Con Dao ospita più complessi carcerari originali, usati fin dal periodo coloniale, e richiede un viaggio dedicato.
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